San Bartolomeo protettore dei cocomeri

28 Agosto, 2008 · 2 Commenti

San Bartolomeo protettore dei cocomeri

 

Uno dei frutti più apprezzati durante l’estate è senz’altro il cocomero: zuccherino, leggero, dissetante, colorato, e ancora per tutte le tasche. Ma non tutti sanno che a Roma, sin dal medioevo, il 24 agosto era il giorno consacrato al cocomero. I cocomerai invadevano festosamente tutti gli spazi possibili dove vendere ed esporre la merce, e sulle rive del Tevere poi si svolgeva una gara: i cocomeri venivano lanciati in acqua e i più coraggiosi (perlopiù erano poveri cristi o ragazzini) si tuffavano da Porta Quattro Capi fino a raggiungere Ponte Rotto, dove la gara aveva termine. Vinceva non chi arrivava primo, ma chi riusciva ad arraffare il maggior numero di cocomeri (immaginiamoci che impresa!). Tra l’altro c’erano parecchi rischi anche per i provetti nuotatori: la corrente del fiume troppo forte, il pericolo di rimanere feriti dalle pale dei mulini che costeggiavano le rive. I mulini erano infatti parte integrante delle rive del Tevere, sin dal medioevo, e fino ai lavori di arginatura predisposti dai regnanti sabaudi nel 1870. L’invenzione dei mulini galleggianti risale alle guerre gotiche, quando per la distruzione di alcuni acquedotti, i romani furono costretti a utilizzare la forza della corrente del fiume per far funzionare i meccanismi delle macine. E all’interno della chiesa di San Bartolomeo all’Isola, sono custodite tante testimonianze di quei tempi e delle usanze legate ai molinari. Un molinaro, durante lo straripamento delle acque nel 1500, mise un’immagine della Madonna sopra il suo mulino, con una lampada davanti. All’improvviso l’inondazione cessò come per miracolo, e l’immagine fu portata all’interno della chiesa, dove tutt’ora si trova, nella cappella proprio dei molinari: è la “Madonna delle Mole”. Si perché i molinari romani, erano riuniti in una specie di “Confraternita Universitaria”, con precise regole da rispettare. Per esempio, venivano puniti se colpevoli di frodi ai danni dei cittadini, se baravano sul peso o sul prezzo delle farine. E malgrado le piene, gli straripamenti, il crollo degli argini, sino ai primi anni dell’800 erano loro a garantire il fabbisogno di farina per tutta la città. Indagini subacquee condotte qualche tempo fa dalla soprintendenza, hanno portato alla luce i resti di uno dei più vecchi mulini, denominato: “La mola degli ebrei”, presso il pilone del ponte Fabricio. Si, perché molti non lo sapranno, ma il Tevere è il fiume-museo più importante d’Italia: tra i ritrovamenti più importanti ci sono due ancore del periodo romano del III e II secolo avanti Cristo recuperate presso Ripa Grande, e numerosi frammenti votivi di epoca imperiale e cristiana, oltre a monete di tutti i secoli, lucerne, suppellettili resti di imbarcazioni militari di epoca romana e medioevale, tutti raccolti in alveo a valle dell’Isola Tiberina. Alcuni reperti romani, ed ex voto sono custoditi all’interno della chiesa di San Bartolomeo, che per la tradizione romana, non era solo il santo da associare alla tradizione ospedaliera, ma anche alla festa dei cocomeri.

Alma Daddario - 28 Agosto 2008

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Una carezza di meno e una lacrima di troppo

22 Agosto, 2008 · 2 Commenti

Ho capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di  meno”

Il volto solare di Anna Magnani che stringe l’Oscar, ricevuto nel ‘56 con il film “La rosa tatuata”,  sovrasta lo spazio dell’arena grande, la sala delle proiezioni cinematografiche dell’Isola del Cinema all’Isola Tiberina, intitolata a suo nome. Quest’anno, lo sappiamo un po’ tutti,  ricorre il centenario dalla nascita di questa grande attrice, una delle più grandi di tutti i tempi, capace di comicità sfrenata, ma anche di drammaticità profonda. Anna Magnani ha incarnato come nessun’altra la donna italiana, con le sue passioni, le debolezze, le sue lotte coraggiose. Di lei abbiamo tutti negli occhi la corsa disperata dietro al camion tedesco che portava via il suo compagno, e la caduta, terribile, che metteva fine con la morte a quella corsa. La scena più toccante di: “Roma città aperta”. Ma oltre alla disperazione, nell’immaginario collettivo rimane anche il suono sferzante e inconfondibile della sua risata: irridente, gioiosa, canzonatoria, e inequivocabilmente “sua”. Dolori laceranti e grandi gioie hanno caratterizzato i suoi personaggi, così come la sua stessa vita.

Una vita, quella della Magnani, dove il confine tra realtà e arte è di difficile definizione. Una vita fuori dagli schemi, che ne ha fatto un’icona dell’essere femminile. Simbolo della donna italiana tra subalternità e ribellione, la Magnani è stata un personaggio di transizione storica. E proprio per questo, viva e interessante, in poche parole: vera. Nel suggestivo scenario dell’Isola Tiberina, all’Isola del Cinema, è stata allestita una mostra fotografica che la ritrae non solo nei momenti di lavoro, ma anche in quelli privati, circondata dagli affetti più cari, dagli amati animali, o nei momenti di riposo sul set dei film più famosi. Oltre alla mostra, curata da Annamaria Cuzzolaro, e agli incontri con i personaggi che con lei hanno condiviso un percorso professionale o privato, come la regista Elfriede Gaeng o Liliana De Curtis, figlia del grande Totò, una serie di proiezioni a ingresso gratuito: il giovedì e la domenica alle ore 22,00, sono programmate sino al 7 settembre. Tra i film proposti, alcuni classici noti e altri meno noti: Bellissima di Luchino Visconti, La rosa tatuata, che ne valse l’Oscar nel 1956, L’amore, di Roberto Rossellini, Mamma Roma, di Pasolini, Roma città aperta di Roberto Rossellini, Risate di Gioia di Mario Monicelli, con il grande amico di una vita, Totò, e tanti altri. E oltre ai film, reportages e documenti della sua esperienza teatrale. Perché Nannarella è nata a teatro, ha studiato all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico, e si è “fatta le ossa” nell’avanspettacolo, come Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò. Eppure, da ragazzina, aveva temuto tanto di non riuscire a fare l’attrice: cosa che desiderava più di tutto al mondo, forse perché rappresentava un modo per lei, praticamente orfana, di vivere sul palcoscenico un “amore perenne”.  Perché si sa, in teatro non esiste “la fine”.

Temendo di non essere ammessa all’Accademia, confessò:

Ho capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di  meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa questa lacrima. Ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato”. Ma Silvio d’Amico, allora giovane professore di storia del teatro all’Accademia, la notò subito, e ne parlò così: ”Ieri è venuta una ragazzina piccola, mora, con gli occhi espressivi. E’ una che non recita: vive le parti che le vengono affidate. E’ già un’attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quello che ha già dentro di sé”.

 

 

Alma Daddario - 22 Agosto 2008

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Niente streap-tease sulle panchine

20 Agosto, 2008 · 2 Commenti

Niente “streap-tease” sulle panchine.

 

E’ notizia di qualche giorno fa che un quotidiano di Londra, ci ha “bacchettato” per una serie di divieti che in alcune nostre città, sembrano impedire un pieno godimento dei siti, dei parchi, o di qualunque altro spazio all’aperto. Per esempio, in una città veneta è stato multato un giovane che, semplicemente, si era sdraiato sull’erba di un parco pubblico a leggere un libro. Alcuni turisti sono stati multati in quel di Capri, perché facevano troppo rumore con gli zoccoli di legno e disturbavano a un’ora antimeridiana. Per non parlare di quelli che, per sfuggire al gran caldo nelle ore di punta di città come Roma, hanno pensato bene di immergersi nelle storiche fontane, come fossero vasche, e sono stati diffidati dal farlo. E c’è il divieto di cibare i piccioni in città come Venezia, o quello di “bivaccare” fino a tarda sera nei centri storici, magari con schiamazzi o musica ad alto volume, che possa molestare gli stanziali. Per non parlare poi di divieti che riguardano situazioni più “delicate”, come quello di rovistare nei cassonetti, o chiedere l’elemosina sui sagrati delle chiese e davanti ai supermercati, ma questa è un’altra storia e non riguarda certo la sfera del “divertimento”, ma quella della solidarietà e del disagio sociale sempre più difficili da gestire. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Ma esagerazioni a parte, spezzerei una lancia nei confronti del comportamento degli italiani all’estero. Malgrado i luoghi comuni, la nostra proverbiale “anarchia”, lo scarso senso civico che a volte dimostriamo, debbo dire che comunque ci si adegua sempre ai parametri di convivenza civile con il paese che visitiamo, o in quello in cui decidiamo di studiare o lavorare. Insomma: anche se a casa nostra qualcuno ancora getta cartacce e cicche per terra, lascia in giro lattine o bottiglie di birra, “strombazza” troppo con il clacson, o parla troppo forte per la strada, sia di giorno che di notte, all’estero diventiamo, chissà perché, tutti più educati. E non si può dire spesso la stessa cosa dei turisti stranieri, che pur essendo integerrimi cittadini nei loro “pulitissimi” e “ordinatissimi” paesi, una volta arrivati qui da noi si abbandonano a qualche eccesso da… cattivo esempio. E così, non si preoccupano troppo di tenere puliti i siti dove fanno “merenda”, né si fanno scrupoli a usare le nostre fontane come pediluvi, entrare nelle chiese con abbigliamenti da spiaggia,  o nell’appropriarsi di qualche pezzo di storia, come è accaduto ieri l’altro, quando una turista tedesca ha cercato di portarsi via un pezzo di colonna dal Foro Romano. Insomma, è una bella gara, ma è certo che non siamo noi i peggiori, e neanche quelli più “bacchettoni” o troppo rigidi, soltanto perché in alcune situazioni si cerca di arginare qualche disastro per proteggere i siti artistici, o evitare disagi agli stanziali. Mi ricordo un episodio capitatomi quando ero adolescente, in gita scolastica in Francia. Mi ero appartata con un mio compagno su una panchina, durante una gita nella splendida villa di Fontainebleau. Eravamo stanchi: durante certe gite, si cerca di ottimizzare il tempo e ci si sottopone a vere e proprie maratone pur di vedere tutto il vedibile. In breve: avevo poggiato la mia testa sulla sua spalla, e mi ero tolta una scarpa che mi faceva male. Lui ne aveva “approfittato” per farmi una carezza, e darmi un bacio sui capelli. All’improvviso si è avvicinato un guardiano della villa, che ci ha apostrofato rudemente con una frase che mi è rimasta impressa: “Garcon, pas de strip- tease sur le banc!”. Io e il mio amico ci siamo guardati in faccia, ignari di aver provocato uno scandalo. Poi ci siamo alzati, e senza replicare, abbiamo raggiunto “mogi mogi” il nostro gruppo. Non abbiamo raccontato niente agli altri: eravamo rimasti troppo male per quell’ingiusto rimprovero. Ma forse erano altri tempi.

Alma Daddario - 20 Agosto 2008

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siamo noi a guardare le cose o sono le cose a guardare noi

17 Agosto, 2008 · 10 Commenti

“Siamo noi a guardare le cose, o sono le cose a guardare noi?”

 

Una città che sorge attorno a un fiume è privilegiata.

Il fiume vuol dire acqua, vuol dire vita, vuol dire trasporto, vuol dire comunicazione, vuol dire collegamento con il mare, e tanto altro ancora. Certo in passato la convivenza con un fiume “irruento” come il Tevere ha comportato qualche problema a Roma. Periodicamente, a causa delle piogge, il fiume rompeva gli argini e allagava le zone basse della città, come: Campo Marzio, il Circo Massimo, il Foro Romano. Le acque che straripavano dagli argini provocavano morti, crolli di edifici, e quando si ritiravano lasciavano fango e melma, che provocavano gravi epidemie. Fateci caso: ancora oggi sui muri di qualche edificio antico o delle chiese, si possono vedere delle incisioni che indicano il livello raggiunto dall’acqua (Nell’anno del Signore 1495, il Tevere, a cielo sereno, crebbe fino a questo punto alle nonae di dicembre – Alessandro VI papa – Anno III). Oggi il concetto di “vivibilità” del fiume è diverso, per alcuni aspetti, per esempio il commercio, sminuito, per altri, come per l’habitat naturale o il turismo, rivalutatato. A Londra e Parigi sin dallo scorso secolo, erano attivi battelli che trasportavano per diporto tanti visitatori e stanziali. A Roma quest’usanza è relativamente recente. Eppure il percorso, sia pur limitato rispetto alla navigabilità della Senna o del Tamigi, è costellato di siti particolari e meraviglie archeologiche uniche al mondo. Prime fra tutte, i ponti che uniscono le due sponde del Tevere. Il più antico è “Ponte rotto”. Si trova proprio al centro del fiume, davanti all’Isola Tiberina, tra altri due ponti antichi: il Cestio e il Fabricio. In realtà quello che oramai i romani chiamano da secoli “Ponte rotto”, è quello che rimane del ponte Emilio, costruito tra il 180 e il 179 avanti Cristo dai censori Marco Emilio Lepido e Fulvio Nobiliare. Come per altri siti archeologici della capitale, a questo ponte sono legate leggende e miti. Lo storico Lampridio racconta che nel 221 dopo Cristo, dal ponte fu gettato a fiume il cadavere del crudele imperatore Eliogabalo, da una folla inferocita e in rivolta. Pare che fosse anche il ponte prediletto dai sucidi per amore. Trovandosi in un punto in cui il fiume presenta correnti particolarmente forti, è stato spesso danneggiato dalle piene, e sempre ricostruito. Uno dei progetti di ristrutturazione più importanti fu studiato da Michelangelo, ma neppure quello riuscì a risolvere il problema dei crolli. L’alluvione più catastrofica fu quella del 1598, quando le acque del Tevere portarono via addirittura tre arcate delle sei di cui era costituito ponte Emilio.

E così, spezzato praticamente a metà, così come ci appare oggi, ponte Emilio fu soprannominato da allora “Ponte rotto”.

Una delle visioni più suggestive è quella che si può ammirare dall’interno dell’Isola del Cinema, all’Isola Tiberina, magari di notte, quando una straordinaria illuminazione ne amplifica la  struggente, eterna bellezza.

E proprio l’altra sera, durante l’eclissi di luna, davanti a questo sito che ha sfidato secoli, guerre, e intemperanze del fiume,  mi sono chiesta:

“Ma siamo noi a guardare le cose, o sono le cose a guardare noi?”

Alma Daddario - 17 Agosto 2008

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agosto in città

8 Agosto, 2008 · 2 Commenti

Agosto in città: poesie, passeggiate, cinema e gelati.

 

Si leggono statistiche “catastrofiste” sui prezzi alle stelle per i divertimenti di chi resta in città, o per qualche malacapitato…forestiero.

Ma si sa, le statistiche lasciano il tempo che trovano. A ben conoscere dove andare, non è vero che non ci si possa salvare dal “caro gelato”, o dal “caro panino”. Dicono che Roma sia una delle capitali europee più dispendiose: ma è poi vero? Certamente, soprattutto nel centro storico, ci sono esercenti e ristoratori che approfittano della situazione, giustificando l’eccessiva esosità con il “caro affitti” e similari, ma è anche vero che, svoltato l’angolo, si può trovare l’ottima gelateria artigianale che con un euro e cinquanta, o al massimo due, ti “schiaffa” sul cono mezzo chilo di gelato fatto con frutta vera. E questo in qualsiasi quartiere di Roma. Una signora, di origine statunitense, intervistata per un telegiornale Rai di qualche giorno fa, lamentava di aver pagato un gelato nella capitale ben quindici euro. Poi si è scoperto che la signora, aveva “sorbito” una coppa gelato, comodamente seduta in uno dei locali più esclusivi di Via Veneto. Lo stesso si può dire di chi in maniera un po’ sprovveduta, va a desinare in qualche ristorante sedicente “tipico” del centro. Regola numero uno: (che vale anche per gli stranieri) non sedersi mai in un ristorante dove non ci siano anche avventori del luogo (i famosi “camionisti” per capirci), ma solo gruppi di forestieri, magari…giapponesi! Regola numero due: camminare, girare la città a piedi, e non solo per le vie del centro. Roma offre davvero possibilità per tutte le tasche: non credete alle statistiche, noi siamo fatti apposta per piangerci addosso. Personalmente ho girato l’Europa, e per le mie tasche posso dire che ci sono capitali e città davvero proibitive per un italiano medio. Uno dei paesi più cari è senza dubbio il Belgio, poi anche la Francia, e la Danimarca. Londra è un po’ come Roma: a ben girare, si può trovare di tutto e per tutte le tasche.

Naturalmente non si mangia bene come qui da noi (i simpaticissimi inglesi non me ne vorranno), ma in compenso c’è una discreta rappresentanza di cucina multietnica di ottima qualità. Non è vero che in Spagna o in Grecia non si tenti di “spennare” il turista o si mangi sempre bene. Ad Atene mi hanno ammannito un pessimo souvlaki, ricoperto letteralmente di maionese e tomato ketchup e accompagnato da patate mollicce che sembravano di plastica (mi avevano scambiata per una turista americana?) pagato quasi venticinque euro (avevo avuto la dabbenaggine di sedermi in un ristorante della splendida plaka). Poi anche lì, girando un po’, ho trovato ottimi posti, molto meno eleganti, ma più accessibili, dove servivano ottime insalate, ottimo formaggio, pomodori veri e deliziosi spiedini d’agnello.

E se non si vuole mangiare, ma andare al cinema? Dicono che anche questo nostro, sia uno dei più cari d’Europa: palle.

Intanto le arene estive non costano più di quattro o cinque euro, e inoltre, come all’Isola del Cinema, durante l’estate vengono organizzate anche rassegne e proiezioni completamente gratuite.

Insomma, la possibilità di trascorrere una serata piacevole, senza spendere cifre improponibili, c’è eccome. Tra una pizza napoletana doc, o un esotico kebab, un gelato, o una crèpe alla francese, oppure semplicemente una passeggiata, accompagnata dallo scrosciante mormorio delle acque del biondo Tevere,

un salto in libreria, una sosta ad ascoltare i poeti o gli incontri letterari con gli autori presenti e gli attori che fanno letture drammatizzate (a ingresso libero), finendo magari con una tipica rinfrescante “grattachecca” (due euro!), si possono spendere da zero a…..quello che si vuole. Tutto, sull’unica “Isola che c’è”.

Alma Daddario - 8 Agosto 2008

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fermateci, se potete

6 Agosto, 2008 · 1 Commento

“Non basterà l’autovelox per fermarci: dovranno inseguirci”:
confessioni di un motociclista “fuorilegge” non pentito, e di uno scrittore innamorato.

 

E’così: la moto è un simbolo di trasgressione da sempre.
Vuoi per la velocità che consente, vuoi per il senso di libertà che il corpo, non imprigionato da un abitacolo, respira “faccia al vento”,
da noi, come in tutto il mondo del resto, gli appassionati di questo mezzo si dividono drasticamente tra veri e propri “fuorilegge”, che si lanciano in sfide pericolose mettendo a repentaglio, purtroppo, non solo la loro vita, e quelli che rispettano le regole, pur amando la velocità, e che si definiscono i “veri motociclisti”. Questi signori poi, si dividono a loro volta in varie categorie. Ci sono quelli appassionati dei modelli italiani doc come: i “ducatisti”, i fan delle Guzzi, i “vespisti”, e così via. Per gli amanti della mitica Harley Davidson, di cui quest’anno ricorre il 150’ anniversario, c’è un discorso a parte: non si tratta di una moto da velocità, ma da lunghi itinerari, e rappresenta un vero e proprio “stile di vita” per i seguaci di questo marchio, che organizzano spettacolari raduni in tutto il mondo. Anche questa moto tuttavia, è simbolo di ribellione e trasgressione. Celebrata in film di eccezionale presa emotiva, come il mitico: “Easy rider” diretto da Dennis Hopper, interpretato da Peter Fonda, da Jack Nicholson nel 1969 (non consiglio, ma ordino a tutti di vederlo), due nomination all’Oscar.
La voglia di ribellione va bene, quando significa senso critico, messa in discussione di regole apparentemente ingiustificate o troppo rigide, senza però che questo metta a repentaglio le vite altrui. L’insicurezza, il malessere di vivere, i problemi esistenziali, il senso di “non appartenenza” a un contesto che non ci piace o non ci fa sentire inseriti, appartengono a tutti noi, ma è assurdo e ingiusto reagire con atti autolesionisti, o violenti contro gli altri. Sono sfide inutili. La violenza è dei deboli, così come l’esibizionismo, e la velocità estrema, che non vuol dire godersi la vita, ma perdersela….per la strada. Certamente la moto è bella, affascina e incute timore: proprio come un cavallo. E infatti, chi la cavalca si chiama “centauro”, perché ci si sente….un tutt’uno, in sella a questo animale metallico. E soprattutto: si è meno timidi.
E ci si può anche innamorare: di una moto intendo.
“A un certo punto cominciai a guardare le moto – racconta nel libro “Il cuore in moto” lo scrittore Roberto Nobile: non una in particolare, ma tutte. Secondo me, riguardava proprio la sessualità, una specie di transfert…ero precoce, perciò più timido, non avevo il coraggio di guardare le donne come il desiderio avrebbe voluto, temevo rimproveri, svergognamenti. Invece le moto si lasciavano ammirare in tutti i particolari, nude o vestite….la Vespa del fiorista, la Ducati 65 del pescivendolo, la Guzzi Cardellino dell’infermiere, le Motom, le Benelli, le BMV…”.
Meno timidi si, ma non strafottenti, arroganti, esibizionisti.
Anche perché basta un attimo, non ci pensiamo spesso, ma davvero basta un attimo per cambiarti in peggio, la vita.
“Sto scivolando in tangente, dritto verso il guardrail. La moto c’è già rimbalzata, e ritorna verso di me e mi sfiora. Mi sostengo con le mani: la pelle dei guanti si consuma. Una bolla di paura sale dallo stomaco al petto, e mi inonda. Vado troppo veloce, vado a sbattere!” (da “Il cuore in moto”). Se si vogliono vivere certe avventure, è meglio farlo attraverso un film! Provare per credere.

Alma Daddario - 6 Agosto 2008

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L’arena, il cielo, la libertà e Alberto Moravia

1 Agosto, 2008 · 4 Commenti

Oggi vanno di moda le multisale. Devo dire che personalmente le trovo fredde e caotiche. A volte sono complessi dove, per ottimizzare tutto lo spazio possibile, i sedili sono talmente poco distanziati, che se qualche spettatore ha la disavventura di essere alto poco più di un metro e sessanta, soffre con le “ginocchia in bocca” per tutta la durata del film. Forse sono una nostalgica, ma il calore protettivo e accogliente di certe sale cinematografiche che, quando ben tenute, sembravano un bel salotto, le rimpiango un po’. Nelle multisale soffro anche di claustrofobia. Così, quando arriva l’estate, sono ben contenta della riapertura delle arene. A Roma in particolare questa è una consuetudine che dagli anni settanta, riscuote successo un po’ in tutti i quartieri. Tra i siti più gettonati in passato, il glorioso Massenzio. Oggi il Cineporto, la Sapienza, e l’Isola del Cinema, che oltre all’arena grande dedicata alla Magnani, ha un piccolo spazio multimediale per proiezioni “speciali” e rassegne, a ingresso gratuito, e con l’intervento di registi e attori per incontri con il pubblico. E’ un dato di fatto che oggi al pubblico piace partecipare, “dire la sua”, in poche parole. E l’arena, grande salotto all’aperto, diventa allora il contenitore ideale per chi, oltre a vedere un film, o incontrare tanta gente, ogni tanto, a naso in su, vuole semplicemente guardare la luna, e le stelle. L’arena fa parte della nostra cultura, più delle multisale. Dà il senso della partecipazione allo spettacolo, è familiare e rilassante. Insomma: si adatta allo spirito dei romani, e non solo. Fate caso al pubblico che le frequenta: è gioioso e vario. Giovani, anziani, bambini, si mescolano e si incontrano.  “La partecipazione del popolo romano agli eventi è condizionata da un sentimento di eternità profondo, ma agli effetti pratici scoraggiante: da questo deriva la complessiva irrealtà della vita a Roma, come di una scena magnifica, sulla quale si possa indifferentemente recitare la tragedia e la commedia, la farsa e il dramma”, scriveva Alberto Moravia nelle sue “Passeggiate romane”, paragonando la sua città a un set cinematografico naturale. E lui era uno che amava il cinema. Amava farlo, oltre che criticarlo. Scriverlo, oltre che guardarlo. Lui adorava le arene, gli davano un senso di libertà. E i cineclub, dove poteva assaporare l’atmosfera di un salotto letterario per pochi. I grandi spazi, e quelli piccoli. Chissà cosa avrebbe detto delle multisale.
“Entrò Alberto Moravia. Scese i pochi gradini appoggiandosi alla ringhiera, col bastone appena sollevato da terra. Era la prima volta che lo vedevamo al cinema, nel nostro cineclub. Atterrò di fronte alla cassa e volle a tutti i costi pagare il biglietto. Era un assiduo frequentatore di cinema, un divoratore di celluloide” (da “L’Officina Film Club” in “Moravia al/nel cinema” –ed Fondo Alberto Moravia).

Alma Daddario - 1 Agosto 2008

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Ho litigato con Fernanda Pivano: ma il viaggio, si fa solo con il corpo?

29 Luglio, 2008 · 3 Commenti

Non ho mai creduto che un viaggio, per definizione, possa essere solo quello che si fa, valigia alla mano o zaino in spalla.
Un viaggio può senz’altro essere fisico: è bello e sano vedere cose nuove, incontrare gente diversa, odorare altri odori, assaggiare sapori e ascoltare suoni nuovi, eccetera, eccetera.
Ma esistono anche altri viaggi: quelli che si fanno con la fantasia, con il pensiero, e non è detto che non risultino altrettanto coinvolgenti e veri. Insomma, qualche tempo fa ho incontrato la scrittrice Fernanda Pivano per un’ intervista. Naturalmente abbiamo parlato dei suoi idoli letterari, di quegli scrittori che lei ha avuto il merito di averci fatto conoscere: oltre a Ernest Hemignway, Jack Keruac per primo. Keruac, tipico “scrittore – on the road”, Keruac dei “Vagabondi del Darma”, dei “Sotterranei”, e di “On the road”, per l’appunto. Era grande si, ma parlando mi sono permessa di fare paragoni con quegli scrittori che, per impossibilità fisica, storica o economica, non hanno mai potuto viaggiare, ma hanno ugualmente saputo descrivere genti e atmosfere diverse. Uno fra tutti: il nostro Emilio Salgari, che certamente non era mai stato né in Malesia né in India, e poi tutti quelli, nella tradizione letteraria francese e inglese, che prendendo spunto dai resoconti dei grandi viaggiatori della fine dello scorso secolo, ricostruivano e ci restituivano, perfette geografie dell’anima. E non è forse un viaggio vero, quello che racconta il Marco Polo protagonista delle “Città invisibili” di Italo Calvino? Questa è una pietra miliare (o “pietra emiliana” come direbbe Totò), della nostra grande letteratura che consiglio a tutti di leggere. Eppure, quando ho accennato timidamente questi esempi, la grande “Nanda” si è subito irritata. Mi ha ribadito duramente che gli scrittori “da scrivania” non sono veri scrittori, e che la letteratura è “pragmatismo”: è osare praticamente, partire, toccare, affrontare avventure, vedere con gli occhi fisici prima che con quelli mentali.
No: non sono d’accordo e non lo sarò mai. Certo questo è un modo, ma non è il solo. Ed è la sensibilità dello scrittore, oltre che il talento, a fare la differenza, viaggio o non viaggio. Franz Kafka la sua scrivania di piccolo impiegato, non l’ha mai abbandonata, così Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati, eppure….E che ne pensate di un certo Dante Alighieri?

Alma Daddario - 29 Luglio 2008

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Ma siamo sicuri che Hollywood stia in America?

24 Luglio, 2008 · 5 Commenti

E’ notizia dell’ultima ora che le più grandi major cinematografiche americane, abbiano deciso durante l’ultimo summit,  di aumentare la realizzazione di produzioni utilizzando “location” e maestranze italiane.
Non è una novità se vogliamo, sin dai tempi dei colossal dedicati ai cicli biblici negli anni sessanta: La Tunica, Quo Vadis, Ben Hur, per citarne alcuni, la vera e propria Hollywood era la nostrana Cinecittà. Cinecittà, la gloriosa, che quest’anno compie ben 70 anni. Anni che hanno visto l’avvicendarsi di grandi registi da tutto il mondo, che hanno incoronato divi e divine, e che non scordiamolo, hanno dato lavoro a tante maestranze e portato all’onore degli oscar, non solo grandi attori e registi, ma anche scenografi, costumisti, tecnici, artigiani e musicisti.
Oltre a Cinecittà, che tutti ci auguriamo torni agli antichi splendori, sono le nostre città d’arte e i borghi antichi a essere “presi di mira” dai cineasti hollywoodiani. Uno degli ultimi casi, fra i più noti, la cittadina di Matera, “truccata” da Gerusalemme per il film “Passion” di Mel Gibson. Tutto in Italia “cospira” per attrarre gli investimenti dell’industria cinematografica statunitense: oltre alla bellezza dei luoghi (dal punto di vista paesaggistico ma anche umano), la competitività dei costi, la creatività dei nostri artigiani e le giuste atmosfere.
Ma la cosa che lascia perplessi noi italiani che amiamo il cinema, è che questo, malgrado potrebbe essere una colonna portante della nostra economia, e uno tra i settori culturali che subisce i primi drammatici tagli durante i periodi di cosiddetta crisi. Certamente è un discorso “miope” quello di certi nostri politici. Come non rendersi conto di quanto il fatto di puntare sull’arte, e su quella in particolare che è già una vera e propria “industria”, e non una semplice “fabbrica di sogni”, potrebbe essere, oltre a quella molto discutibile di rispolverare la necessità delle centrali nucleari (70 operai sono rimasti contaminati nell’ultimo incidente in Francia, ma i giornali non ne parleranno troppo per non creare allarmismi, così come non parleranno del rischio inquinamento delle falde acquifere al confine con il Piemonte), potrebbe essere dicevamo una mossa strategica vincente per il nostro paese. Insomma: il cinema non è solo intrattenimento, non è solo un modo di fare cultura, non è solo un modo di far passare informazioni o messaggi etici o estetici, è anche un modo pratico di rimettere in moto una certa economia. Ci sono paesi che hanno il gas metano, altri hanno i diamanti, altri il petrolio, altri l’oro. Pensare che di petrolio in Italia ne avremmo tanto: si chiama paesaggio, si chiama arte, si chiama cinema, e basterebbe saperlo amministrare anziché sottovalutarne le capacità, perché renda anche in termini economici.
Auguriamoci tutti che il cinema rientri nel dibattito politico, ma seriamente questa volta.

Alma Daddario - 24 Luglio 2008

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Chi cerca trova: il “dejavù” e le pietre che parlano

17 Luglio, 2008 · 4 Commenti

Credo che sia capitato a tutti di perdere qualcosa, intendo dire un oggetto qualsiasi, magari proprio in casa. Ricordo che mia nonna mi diceva: “La casa nasconde, ma non ruba”. Però questo non mi consolava affatto, perché alla fine non ritrovavo più quello che avevo perduto. E la cosa paradossale è che a volte, sembra più difficile ritrovare un oggetto, piuttosto che una sensazione, o uno stato d’animo, un’emozione, oppure un’atmosfera.
E’ quello che succede, a molti, quando per esempio si ha l’impressione di avere già visitato certi luoghi, sentito certi odori, ricordato certi sapori, ammirato paesaggi mai visti in realtà.
E’ il fenomeno del  “dejavu”. Ci credo: credo fermamente che esista qualcosa che vada aldilà di tutte le realtà materiali e temporali, che ci collega con un infinito, un passato che continua nel presente e nel futuro, e in modo tangibile. E in una città come Roma, quest’impressione è empiricamente dimostrabile: chi vive qui ha il privilegio di poter toccare con mano il passato. Basta semplicemente sfiorare una pietra antica, l’androne di un palazzo che conservi resti di qualche casa romana, un pezzo di colonna che affiora da qualche chiesa, costruita sopra qualche tempio. Provate a farlo, e a chiudere gli occhi: le pietre parlano, ci raccontano cose, ci trasportano come una macchina del tempo, basta sapere ascoltare. Si, è un privilegio vivere qui, malgrado il traffico, il caos, la sporcizia imperante nei nostri parchi meravigliosi, che meriterebbero maggior attenzione anziché languire nell’abbandono fra cartacce, siringhe, escrementi e bottiglie di birra: pensate al parco dell’Appia Antica, un tempo attraversata al galoppo da eserciti invincibili, dalle corti degli imperatori, e non a caso detta via sacra, alla Caffarella, a Villa Pamphili, che gioielli sarebbero se si trovassero altrove…..
Eppure malgrado tutto, questa città-museo a cielo aperto, esercita un fascino ineguagliabile su stranieri e stanziali. Una mia grande amica francese, parigina per la precisione, che ha deciso di vivere a Roma, mi ha detto: “Di questa città mi ha affascinato la stratificazione della storia. Qui puoi davvero toccare con mano, dalla preistoria al medioevo, dal rinascimento al barocco, fino ai tempi moderni, e persino certa architettura fascista ha un suo fascino, un suo significato nella storia dell’arte, come il futurismo”, buon per lei!
Comunque è vero. Si perdono tante cose nella vita: occhiali, ombrelli, penne, chiavi di casa….ma c’è una cosa che non si potrà perdere mai: la nostra storia, quella che ci dà l’orientamento in questo mondo, e in questa epoca difficile e un po’ oscura. Una storia che si vede, e si tocca, e che può dare a tutti coraggio e forza e l’orgoglio necessario per andare avanti: basterebbe guardarsi attorno, riempirsi gli occhi con bellezza dei nostri siti, e soprattutto fermarsi, ad ascoltare le pietre.

Alma Daddario - 17 Luglio 2008

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