Un tempo c’erano le voci bianche, quelli che oggi vengono definiti tecnicamente “sopranisti”. Ma i giovani “castrati” a volte, continuavano ad amare le donne.

4 Settembre, 2009 · 1 Commento

Era un’usanza, non proprio ufficiale, data l’indubbia violenza e la discutibilità etica, quella delle famiglie romane meno abbienti, sino alla fine del secolo scorso, di “affidare” i figli maschi, alle associazioni e alle scuole di musica che provvedevano a farli studiare, nella fattispecie canto, per poi inserirli nei cori ecclesiastici del Vaticano e nelle rappresentazioni sacre e operistiche. Peccato che i poveri fanciulli venissero sottoposti alla “castrazione” obbligata, per mantenere intatta quell’ugola pura e quei toni acuti, che uan volta adulti, permetteva loro di continuare la carriera cantando da “soprano”, e interpretando così anche parti femminili, dato che alle donne era proibito “calacare le scene”, sia come cantanti che come attrici. Era un dato di fatto che in “buonafede”, la povera gente tentava così di affrancarsi dalla fame, e assicurare ai figli un avvenire “decente”, e a volte addirittura “strepitoso” per quei tempi, garantendo fama e ricchezza ai più talentuosi che diventavano i beniamini osannati dal pubblico dell’Opera. Non so se ricordate il film: “Farinelli”, interpretato da Stefano Dionisi, che narra le vicende di un “divo” realmente vissuto, e famossissimo in tutta Europa, e quello più antecedente, ma ugualmente molto bello, interpretato da Paolo Ferrari: “Le voci bianche”. La cosa paradossale, è che i giovani castrati a volte rimanevano col desiderio, seppur frustrato, di avere rapporti (sentimentali e non solo) con donne, e qualcuno riusciva, malgrado tutto, ad averne. La storia di Lucina, narrata nell’ultimo romanzo di Luigi Magni, noto ai più come grande regista di film come: “In nome del Papa Re”, “Nell’anno del Signore”, “In nome del popolo sovrano”, “Scipione detto anche l’Africano”, solo per citarne alcuni, ma anche scrittore e storico attento, parla proprio di una vicenda del genere. “Lucina”(edizioni Marsilio), che ha come sottotitolo: “L’indecente soprano nella Roma del Papa Re”, parla di una povera bambina nata in riva al Tevere, presso il Porto di Ripetta. La madre, prostituta per necessità, affida la bambina alle cure delle suore, che si accorgono subito della sua voce strepitosa, salutandola come dono di Dio. Lucina cresce con la passione del canto, ma adulta, dovrà scontrarsi con una società che le impedisce di esercitarla professionalmente. A un certo punto però Lucina decide di reagire con una coraggiosa trovata: si farà passare per “giovane castrato” per poter avere un’audizione teatrale. Il trucco riesce, e con l’occasione Lucina, che si farà chiamare Leonardo, fa la conoscenza di un “divo” o meglio “diva” dell’opera di allora: “Il Romanino”, acclamatissimo sopranista. Tra Lucina e il Romanino nasce una complicità che si trasformerà ben presto in amicizia, sino a sfociare addirittura nell’amore, perchè il giovane, pur avendo subito la famosa “operazione”, si innamora veramente di Lucina, e decide di aiutarla a perseguire la sua passione per il canto. Il tutto, è ambientato nel 1821, al tempo dei moti e della Repubblica Romana, in un contesto storico meticolosamente documentato e ben narrato, in una Roma di Meo Patacca e Pasquino, di Canova e Pinelli, meta obbligata di poeti e scrittori, stranieri e intellettuali da tutto il mondo. Ma non vi racconto di più: vi invito invece a leggere questo bellissimo libro, e a dirmi che ne pensate.

Alma Daddario - 4 Settembre 2009

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Che fine farà il nostro cinema?

26 Agosto, 2009 · 4 Commenti

Quest’anno è stata un’annata discreta per il nostro cinema, che ha prodotto tante belle opere all’insegna del rilancio, dell’impegno, con premi e riconoscimenti internazionali assegnati a registi e attori esordienti e non. Insomma, stiamo risalendo la china? Ci auguriamo proprio di si, tanto da arrivare ai tempi d’oro (chissà se potranno mai tornare?) di Rossellini, De Sica, Germi, Rosi, Monicelli, Fellini, per citare solo alcuni tra i più significativi registi di tutti i tempi. Le prospettive in termini di creatività e intenti sembrano buone, anche se purtroppo in questo momento storico-economico, si nuota tutti controcorrente, visti i tagli gravi e sostanziali che lo spettacolo, cinema compreso, ha subito ultimamente. Eppure, al momento dell’insediamento del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, le intenzioni sembravano altre…ci auguriamo comunque che la delusione di tutti gli operatori del settore: registi, attori, tecnici e produttori, non prevalga sulla voglia di rilanciare un settore che potrebbe essere senz’altro una leva portante per l’economia italiana, e in questo, le istituzioni dovrebbero fare un “retro-front” ufficiale, dimostrando di essere meno miopi del solito. Il cinema è stato determinante, soprattutto dal dopoguerra in poi, per il rilancio di tante attività collaterali: artigianato, industria tessile, sartoria, aziende di calzature, professionalità tecniche impiegate ad ampio raggio da Cinecittà, che al tempo, non aveva nulla da invidiare a Hollywood…anzi! Mah! Che fare adesso? Forse ciascuno di noi può fare qualcosa: malgrado la tv, i dvd, internet, nessuna tecnologia avanzata può essere rivale di quella inconfondibile magia che emana dal grande schermo, e ci predispone l’animo a un viaggio, che ci porta aldilà del tempo, dello spazio, della “distrazione dal sé”. Facciamo che la magia continui….andando al cinema, per esempio, e promuovendo tutto quello che è possibile promuovere, perchè la “fabbrica dei sogni” continui ad accogliere e stimolare… “cervelli pensanti”.

admin - 26 Agosto 2009

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Chissà se Roma è davvero come Asmara

10 Agosto, 2009 · 2 Commenti

Gente che va, gente che viene. Da sempre Roma è stata un “porto di mare” per genti ed etnie diverse. Oggi forse, se ne sente di più il “peso”, fisico-logistico certamente, ma anche morale (mi auguro) di questa situazione un po’ catotica. Certo tutto va regolamentato, in modo che i cittadini stanziali e non, siano in condizioni di vivere in condizioni umane e decenti, sane dal punto di vista sanitario, sicure dalle violazioni della legge. Ma… tutto questo senza perdere di vista quella “umanità”, che dovrebbe essere alla base della nostra cultura “cristiana”, che da secoli ci contraddistingue. E non è solo la cristianità che dovrebbe farci avere un diverso atteggiamento nei riguardi del prossimo, e dell’accoglienza, ma anche qualcosa che richiama tempi più lontani, quando durante l’Impero romano venivano garantite persino alle genti provenienti dalle “colonie africane”, pari opportunità: qualcuno ricorda che l’Imperatore Settimio Severo era di origine nord-africana? Eppure, per meriti indiscussi, gli fu consentito di aspirare alla più alta carica, e lui, come “ringraziamento”, è stato uno dei migliori imperatori della romanità. Multiculturale per necessità, la Roma imperiale paradossalmente, sapeva “reggere” meglio certe problematiche. Ci si chiede se i nostri politici contemporanei sappiano (o ricordino) la storia. Forse dovrebbero “ripassarla”, anche per trarne magari qualche spunto di riflessione, e qualche consiglio pratico e ancora attuabile nella gestione della “polis” (ma forse è chiedere troppo, dato che i nostri politici sono spesso affaccendati e distratti da altre cose più…amene). Qualche giorno fa, una giovane di orignie marocchina, si è tolta la vita, in preda all’angoscia di venire forzatamente espatriata, data l’entrata in vigore del “reato di clandestinità”. Un tempo, ahimè molto lontano, i nostri Imperatori (quelli più illuminati), erano famosi per la loro “piètas” nei confronti dei vinti. Tutti però siamo parte in causa. L’esasperazione che deriva dal sovraffollamento, dall’insicurezza, dalla mancanza di lavoro, è umana certamente, ma se riflettessimo sul fatto che tutto questo più che derivare da “invasioni” di stranieri, deriva invece dalla mal gestione delle risorse umane e territoriali dei nostri governanti…..e certamente ci sono valide alternative proponibili invece di una legge ingiusta e certamente in malafede…..ma basta. Anche agli emigranti italiani, fino a vent’anni fa, veniva detto che erano “sporchi, brutti e cattivi”, e andavano in giro a rubare il lavoro agli altri. Questo accadeva in Svizzera, in Belgio, in Germania, negli Stati Uniti, e persino da noi, al Nord. Adesso (e non dappertutto), per fortuna non è più così, e agli italiani viene spesso riconosciuto il merito di aver esportato non solo “mafia” e miseria, ma anche cervelli eccezionali, potenziali tecnologie, senso del bello e del design, oltre a robuste braccia che hanno arricchito tante fabbriche nel nord Europa, negli Stati Uniti, a….Torino (chi ha fatto grande la Fiat, tanto per citare un esempio?).
A Roma certamente ci sono tanti emigranti, e certamente andrebbero riviste tante regole di convivenza civile, ma senza dimenticare sia la solidarietà, che i tanti “debiti” storici che abbiamo nei confronti di tanti popoli. Qualche anno fa ricordo la prevalenza di Eritrei (ovviamente ci sono precise responsabilità storiche per questo), e li ricordo sempre belli e dignitosi. Vorrei citare un racconto di un’amica scrittrice, che si chiama Rossella Pompeo: “…Lei di dov’è?-chiesi - Eritrea…vado alla circoscrizione perchè ho settant’anni – Quindi le hanno dato la possibilità di viaggiare gratis – Si, solo sui mezzi della città…non quelli fuori Roma, tanto io non vado mai da nessuna parte. Prima viaggiavo per lavoro, ora no. - Che lavoro faceva? - Lavoravo presso le famiglie, guardavo i loro bambini . Una volta sono andata anche in una città di montagna nel Nord dell’Italia…proprio un bel posto. Anche a Milano sono stata. Però da Roma non me ne vado. Perchè Roma, è come Asmara. Ecco, vedi….(tira fuori una cartolina) Vedi? Questa è Asmara, la cattedrale di Asmara, e questa è un’altra chiesa dov’è custodito il nome della Madonna e in cui vengono migliaia di pellegrini da tutte le parti in visita, una specie di pellegrinaggio, proprio come a Roma. - Ho provato ammirazione per quella donna così fiera di Roma e di esserne riconosciuta ormai figlia, non solo nei doveri ma anche finalmente nei diritti…..mi ha salutata, avviandosi alla discesa nelle sue vesti di lana pesante, con le calze bianche per ripararla dal freddo degli inverni romani. Con l’eleganza, talvolta propria di chi è minuta nelle fattezze, unita ad una più generale mitezza del fare, attento e delicato, come una balia sa essere….”
(Brano tratto dal libro: “Roma è come Asmara” di Rossella Pompeo, edizioni Zona).
Volevo solo dare uno spunto di riflessione.

Alma Daddario - 10 Agosto 2009

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Basterebbe essere meno….maleducati, per vivere tutti meglio

31 Luglio, 2009 · 3 Commenti

E’ un problema delle nostre città, ma soprattutto, e questo è più grave: è un vizio del nostro tempo. Parlo della maleducazione: quella che ci fa urlare per strada al telefonino incuranti che “gli affari nostri” possano interessare qualcuno, quella che non ci fa rispettare le file, che ci fa buttare carta o residui di cibo perchè non ci sono raccoglitori a portata, o magari quelli che ci sono distano pochi metri, quella che ci fa suonare il clacson anche quando non serve a niente, che ci fa parcheggiare in doppia o tripla fila, nonostante si blocchi qualcuno che magari….ha fretta o necessità di ripartire. E sono solo pochi esempi.

Si parla tanto di solidarietà, di “qualità della vita”, di sicurezza per rendere più vivibili le nostre città, ma quando siamo noi a dover dare il primo contributo…lì “casca l’asino”. In questo periodo a Roma, per il gran caldo si dorme poco. Certamente siamo fortunati a vivere in questa città, che date le dimensioni “umane”, e l’urbanistica predisposta sin dai tempi antichi con piazze e piazzette, permette anche di stare fuori a mangiare, passeggiare, godersi un bel panorama o un buon gelato, e questo sino a tarda notte, o addirittura all’alba. E’ bello si, ma per gli abitanti che vivono nei quartieri presi di mira dalla “movida”, rischia di diventare un incubo. Eppure basterebbe tanto poco….un po’ più di senso civico, un po’ meno di maleducazione.

Dicono che gli italiani amino fare chiasso, parlare “forte” (ma non solo gli italiani, che dire degli spagnoli, o di altri popoli…mediterranei?), ecco, magari basterebbe abbassare un po’ i toni, di voce, ma anche degli altoparlanti delle autoradio, soprattutto di notte. E lo stesso vale per i “parcheggi selvaggi”. Nelle zone antistanti il Tevere, certamente c’è un gran problema a trovare posto, perchè nella zona sono tali e tante le manifestazioni estive….magari se il comune riuscisse a organizzare anche delle navette anche notturne, si potrebbe evitare il peggio. E per peggio intendo non solo il sovraffollamento di automobili, ma anche il fatto di non ritrovare più, al ritorno, la propria macchina, espropriata a forza dal servizio rimozione del comune, anche quando non intralcia alcun passaggio, ma semplicemente è parcheggiata entro le strisce gialle. In questo caso credo sarebbe più “equa” una multa, più che un rapimento. E’ giusto infatti rimuovere un veicolo, ma solo quando questo intralcia qualche passaggio o è posteggiato in divieto di sosta, altrimenti diventa un vero e proprio “abuso di potere”, che ne pensate?

Insomma, tornando all’estate romana, certo è bella: offre anche a chi non può permettersi una vacanza, l’illusione di essere turista nella propria città. Per non parlare dei turisti veri e propri: la varietà delle offerte è tale e tanta da soddisfare le esigenze più culturalmente elevate, come quelle più “casarecce”, e più o meno mangerecce. Ma il tutto andrebbe organizzato e gestito per evitare i tanti disagi a chi, abitando in certe zone, dovrebbe (e vorrebbe) continuare a lavorare, uscire, fare la spesa, e sbrigare tutte le incombenze quotidiane, senza dover soffrire i disagi forzati della “movida”: rumori e schiamazzi oltre le due di notte, bottiglie vuote lasciate per strada, cartacce e peggio. Con la collaborazione di tutti…..”si può fare”.

Alma Daddario - 31 Luglio 2009

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è il luogo che determina il genio

22 Luglio, 2009 · 4 Commenti

Certamente essere nati, o comunque vivere, in determinati luoghi, può influenzare, oltre che le nostre scelte di vita o il nostro carattere, lo sviluppo delle nostre capacità artistiche. Probabilmente non è un caso che per esempio, tanti dei nostri più grandi pittori, scultori, scrittori ma anche scienziati, si siano concentrati in un’area geografica specifica e in un certo periodo storico. Parlo per esempio della Toscana, del Lazio, dell’Umbria rinascimentale. E certamente è vero che in un luogo bello da vedere, lo spirito è certamente predisposto e stimolato a meditare, a comporre musica, a dipingere o a scrivere qualcosa di poetico. Non è un caso che artisti e intellettuali provenienti da tutto il mondo, scelgano paesaggi campestri, marittimi, o città d’arte, e li eleggano a cornice ideale della loro esistenza. L’ispirazione a volte è imprescindibile da un luogo: Alberto Moravia, come lui stesso ammetteva, non avrebbe potuto scrivere tutto quello che ci ha lasciato, se non fosse vissuto a Roma. Tutti i suoi romanzi più belli, tutti i suoi racconti, sono una dichiarazione d’amore a questa sua città.
E che dire di Federico Fellini che pure non era romano, se non di adozione?
Tutti i suoi sogni, le sue aspettative, le sue visioni, e i desideri, solo a Roma si sarebbero concretizzate, permettendogli di creare tanti capolavori. E c’è anche stato chi, stregato da questa magica città, ha rinunciato a successo (e soldi) che avrebbe ottenuto più facilmente oltreoceano, come Anna Magnani che, dopo aver vinto l’Oscar con la “Rosa tatuata”, decise di tornarsene nella sua città malgrado i contratti miliardari che le avevano proposto a Hollywood. Anni dopo la sua avventura americana, la Magnani dirà in un’intervista alla tv italiana: “Avevo proprio bisogno di rivedere Roma. Fra tanti grattacieli, avevo bisogno di rivedere i tetti bassi, e le chiese sedute sui tetti…”. E dei gatti, dei tramonti, e del suono delle campane delle chiese, che scandisce il tempo….

Alma Daddario - 22 Luglio 2009

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ai miei tempi… Ma nel 115 dopo Cristo, c’era tutto sto…casino?

16 Luglio, 2009 · 3 Commenti

Ricordo un vecchio film di Mel Brooks: “La pazza storia del mondo”, dove i personaggi, che attraversavano varie epoche, ripetevano sempre il tormentone “Ai miei tempi…..”, lamentandosi di come si viveva. Si partiva dalla preistoria, e via di seguito fino ai giorni nostri.
Il fatto è che tutte le volte che ci troviamo a vivere qualche disavventura nella caotica vita urbana, dovuta al traffico, agli incidenti, ai disservizi, al sovraffollamento, dovremmo considerare che tutto andrebbe commisurato e paragonato ai …“tempi”, perlappunto.
Qualche giorno fa ho avuto modo di parlarne con Alberto Angela, intervenuto all’Isola del Cinema per presentare la versione inglese del suo libro: “A day in the life of ancient Rome”, edito da Europaeditions, dove ripercorre le tappe possibili della giornata “tipo” di un comune cittadino del 115 dopo Cristo. Roma a quei tempi era la città più popolosa dell’Impero, e proprio grazie alle conquiste e alla politica “colonialista”, era presa d’assalto da genti provenienti dall’est piuttosto che dall’Africa, o dal nord europa. Era un crogiuolo di razze: una vera e propria capitale multietnica, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Non c’erano soltanto schiavi o gente forzatamente trascinata via dai paesi di origine, c’erano anche persone in cerca di fortuna, di migliori condizioni di vita, di nuove opportunità create da un Impero al massimo dello splendore. E così accorrevano : medici egizi, piuttosto che filosofi greci, scribi persiani, piuttosto che maestri d’ascia africani, mercanti fenici, piuttosto che incantatori di serpenti arabi, e così via…..Catone, durante una delle sue famose esternazioni, si lamentava per esempio che a camminare nelle strade del centro, si incontrassero più facce “colorate” e provenienti da tutti il lati del mondo conosciuto, che romani “doc” (non vi ricorda qualcuno di più recente frequentazione?). E Marziale, affermava che a uscire di notte, magari per tornare a casa dopo aver tirato tardi a cena con gli amici, si era davvero ottimisti se non si faceva “testamento”, data l’insicurezza delle strade, e a questo proposito venivano organizzati corpi di vigilanza speciali (magari su questo potrebbe documentarsi Maroni per avere un supporto “storico”). Per non parlare poi del traffico, assolutamente caotico, al punto che una legge proprio risalente al 115 a un certo punto impedì il passaggio di bighe al centro, nei pressi del Foro Romano, creando isole pedonali, in modo che non si verificassero incidenti. Oltre a questo, pare che si verificassero, oltre ai ben noti incendi dovuti all’uso delle torce per l’illuminazione, crolli di abitazioni in muratura, dovuti a speculazioni edilizie….questo soprattutto in periferia. C’è qualcuno che vuole fare un viaggio…a ritroso nel tempo?

Alma Daddario - 16 Luglio 2009

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A Roma nun se piagne

26 Giugno, 2009 · 2 Commenti

Fa caldo, fa freddo, piove e c’è il sole. Questo clima ormai impazzito, mi ricorda quello della Londra di quasi quindici anni fa, durante un soggiorno di studio estivo. Uscivamo con il sole, e all’improvviso pioveva, poi di nuovo il sole, il vento, caldo e freddo che in pieno agosto si alternavano in modo imprevedibile. Oramai non c’è quasi più differrenza fra il nord Europa e i paesi mediterranei, e Londra è quasi come Roma. Con la differenza che malgrado il tempo “ballerino” e incerto, i romani non hanno perso l’abitudine alla passeggiata, al pranzo fuori, allo spuntino o al gelato all’aperto, anche semplicemente seduti in un parco o in una delle tante piazze e piazzette. E’ fortunato il romano, rispetto ad altri cittadini europei, perchè anche quando è povero, può immaginare (o illudersi?) di stare in vacanza anche nella propria città. Non è retorica: basta sedersi su una panchina del Gianicolo, con quella vista mozzafiato che spazia da San Pietro ai Fori Imperiali, passeggiare a Villa Borghese, sedersi in un piccolo bar affacciato su una delle tante piazze, o mangiare una pizza seduti all’aperto, per sentirsi “turista” nella propria città.
E poi naturalmente c’è il fiume, e l’Isola dentro il fiume: a forma di nave.
Il fiume è importante, è una presenza vitale, che ricorda il legame con il mare.
Per questo la città è piena di gabbiani. E sono dappertutto, anche in pieno centro. Si sono adattati all’atmosfera, ai rumori, all’inquinamento, e al cibo.
Roma da sempre è stata la città dei gatti, ma adesso i “sacri felini” debbono necessariamente contendersi spazio e cibo con questi rapaci signori del cielo.
Proprio due giorni fa, passeggiando nei dintorni dell’isola Tiberina, in una delle piazze antistanti l’Ospedale Fatebenefratelli, ho assistito a una scenetta singolare. Un gabbiano gigantesco (delle dimensioni di un tacchino) si aggirava tranquillo e incurante dei passanti che lo osservavano stupiti, piluccando i resti di un panino al prosciutto che qualcuno aveva lasciato cadere per strada. Due gatti, acquattati sotto una Fiesta mal parcheggiata, lo guardavano intimoriti, e parevano pensare: “Ma quanto magna questo, ce ne lascerà un po’?”. Una vecchina, seduta sui gradini di una chiesa, osservava la scena per niente stupita. A un certo punto, due giovani turisti con un bambino (che avrà avuto tre anni)  attraversano la piazza. Il piccolo, non appena visto il volatile-gigante, scoppia in un pianto dirotto, e i genitori cercano di calmarlo come possono, ma lui, evidentemente spaventato, continua a frignare e punta il ditino verso il gabbianone. A quel punto interviene la vecchina e apostrofa il piccolo: “Ahò, qua’ stamo a Roma, e a Roma nun se piagne!”. Il piccolo ammutolisce stupito, e i genitori, che non credo abbiano compreso il senso della frase, ridono divertiti e proseguono, lasciandosi alle spalle quella scena surreale degna di un film di “Bunuel”.
E certamente, Roma è un “set”, a cielo aperto.

Alma Daddario - 26 Giugno 2009

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Vivere la bellezza: privilegio e dovere

9 Settembre, 2008 · Non ci sono commenti

Vivere la bellezza: privilegio e dovere

 

Di Alma Daddario

 

L’Isola c’è, ed è un luogo reale, dove le emozioni sono condivisibili, e i sogni diventano “tangibili”. All’Isola del Cinema, sembra che il tempo non sia passato dagli anni ‘50 e ‘60, quando Roma era il set cinematografico più ambito al mondo. E qui, le mostre fotografiche di Carlo Riccardi, il “paparazzo” preferito da Fellini, e quella dedicata alla Magnani “privata”, oltre a quella degli scatti sul Tevere dal secolo scorso, hanno accompagnato durante l’estate i visitatori, in un viaggio a ritroso nel tempo. Quest’anno il cinema è stato protagonista all’Isola, ma non solo. Le proiezioni programmate all’Arena Anna Magnani, e quelle gratuite al Cinelab, comprendenti il dovuto omaggio a Nannarella, hanno affiancato serate a tema con l’intervento di alcuni tra i più significativi registi, attori, e scrittori del nostro cinema come: Citto Maselli, Silvano Agosti, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Muccino, solo per citarne alcuni. Tanti amici sono intervenuti in occasione degli eventi, o semplicemente per una piacevole passeggiata serale. Tra questi: Giuliana de Sio, Luca Magnani, Peppe Servillo, Nino d’Angelo, Franco Oppini, Caterina Crescentini, Edoardo Siravo, Giancarlo Governi, Fiorenza Marchegiani, Gigi Marzullo, Annamaria Cuzzolaro, l’On. Giovanni Murineddu, Giancarlo de Cataldo, Rita dalla Chiesa, Patty Pravo, Erminia Manfredi, Adriana Russo, Paola Saluzzi, Elfriede Gaeng. Ma soprattutto tanta, tanta gente: persone di tutte le età. Persone che, rimaste a Roma durante il periodo estivo, hanno potuto trascorrere piacevolmente le serate, con tante proposte diversificate: proiezioni cinematografiche, confronti con attori e autori, mostre fotografiche, incontri sulla solidarietà con la Comunità di Sant’Egidio, presentazioni di libri, sfilate di moda, serate musicali, proposte enogastronomiche, percorsi multiculturali…insomma: un vero e proprio viaggio. Viaggio favorito anche dalle rassegne dedicate al cinema d’autore straniero, e accompagnate da eventi folkloristici, come quelli dedicati a Cuba, all’Argentina, all’Australia, al Messico, a Israele. E ancora: gli aperitivi letterari al tramonto, i “Riflessi sull’Isola” che hanno visto avvicendarsi autori e attori, con il pubblico coinvolto in momenti di riflessione e dibattito, ed emozioni condivise. Un viaggio nelle culture e nel tempo, ma forse è più corretto definirlo: un viaggio “senza tempo”. La “stratificazione della storia” è infatti un privilegio tangibile per chi vive in questa città, ricca di luoghi dove il passato e il presente si fondono, creando atmosfere irripetibili altrove. E l’Isola Tiberina è uno di questi siti che predispongono a questo la mente, gli occhi, e il cuore. Un esempio ideale di cultura e bellezza: qualcuno dice che siano le uniche cose in grado di salvare il mondo. E’ un privilegio che in questo paese ci sia tanta bellezza, manca però una consapevolezza: bisogna difenderla la bellezza, dall’ignoranza, dal degrado, dall’incuria, perché è un bene inestimabile, e un diritto poterne usufruire tutti, liberamente, con gioia e rispetto. Oltre 300,000 i visitatori (stanziali e turisti), all’Isola del Cinema, per questa edizione. Tanti davvero. Qualcuno ha detto: “Perché non è aperto da maggio a ottobre? Dopotutto l’estate inizia prima, e a ottobre a Roma è ancora estate!” oppure “Che ne è dell’Isola in inverno? Perché non si può stare qui?”.

 

Non possiamo fare altro che lanciare il messaggio agli organizzatori, lasciando aperto il dibattito e i commenti a tutti.

Con l’augurio di poterci incontrare all’imbarco verso un altro emozionante e avventuroso viaggio: sulla nave di Esculapio.

E’ un appuntamento.

 

Alma Daddario - 9 Settembre 2008

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San Bartolomeo protettore dei cocomeri

28 Agosto, 2008 · 2 Commenti

San Bartolomeo protettore dei cocomeri

 

Uno dei frutti più apprezzati durante l’estate è senz’altro il cocomero: zuccherino, leggero, dissetante, colorato, e ancora per tutte le tasche. Ma non tutti sanno che a Roma, sin dal medioevo, il 24 agosto era il giorno consacrato al cocomero. I cocomerai invadevano festosamente tutti gli spazi possibili dove vendere ed esporre la merce, e sulle rive del Tevere poi si svolgeva una gara: i cocomeri venivano lanciati in acqua e i più coraggiosi (perlopiù erano poveri cristi o ragazzini) si tuffavano da Porta Quattro Capi fino a raggiungere Ponte Rotto, dove la gara aveva termine. Vinceva non chi arrivava primo, ma chi riusciva ad arraffare il maggior numero di cocomeri (immaginiamoci che impresa!). Tra l’altro c’erano parecchi rischi anche per i provetti nuotatori: la corrente del fiume troppo forte, il pericolo di rimanere feriti dalle pale dei mulini che costeggiavano le rive. I mulini erano infatti parte integrante delle rive del Tevere, sin dal medioevo, e fino ai lavori di arginatura predisposti dai regnanti sabaudi nel 1870. L’invenzione dei mulini galleggianti risale alle guerre gotiche, quando per la distruzione di alcuni acquedotti, i romani furono costretti a utilizzare la forza della corrente del fiume per far funzionare i meccanismi delle macine. E all’interno della chiesa di San Bartolomeo all’Isola, sono custodite tante testimonianze di quei tempi e delle usanze legate ai molinari. Un molinaro, durante lo straripamento delle acque nel 1500, mise un’immagine della Madonna sopra il suo mulino, con una lampada davanti. All’improvviso l’inondazione cessò come per miracolo, e l’immagine fu portata all’interno della chiesa, dove tutt’ora si trova, nella cappella proprio dei molinari: è la “Madonna delle Mole”. Si perché i molinari romani, erano riuniti in una specie di “Confraternita Universitaria”, con precise regole da rispettare. Per esempio, venivano puniti se colpevoli di frodi ai danni dei cittadini, se baravano sul peso o sul prezzo delle farine. E malgrado le piene, gli straripamenti, il crollo degli argini, sino ai primi anni dell’800 erano loro a garantire il fabbisogno di farina per tutta la città. Indagini subacquee condotte qualche tempo fa dalla soprintendenza, hanno portato alla luce i resti di uno dei più vecchi mulini, denominato: “La mola degli ebrei”, presso il pilone del ponte Fabricio. Si, perché molti non lo sapranno, ma il Tevere è il fiume-museo più importante d’Italia: tra i ritrovamenti più importanti ci sono due ancore del periodo romano del III e II secolo avanti Cristo recuperate presso Ripa Grande, e numerosi frammenti votivi di epoca imperiale e cristiana, oltre a monete di tutti i secoli, lucerne, suppellettili resti di imbarcazioni militari di epoca romana e medioevale, tutti raccolti in alveo a valle dell’Isola Tiberina. Alcuni reperti romani, ed ex voto sono custoditi all’interno della chiesa di San Bartolomeo, che per la tradizione romana, non era solo il santo da associare alla tradizione ospedaliera, ma anche alla festa dei cocomeri.

Alma Daddario - 28 Agosto 2008

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Una carezza di meno e una lacrima di troppo

22 Agosto, 2008 · Non ci sono commenti

Ho capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di  meno”

Il volto solare di Anna Magnani che stringe l’Oscar, ricevuto nel ‘56 con il film “La rosa tatuata”,  sovrasta lo spazio dell’arena grande, la sala delle proiezioni cinematografiche dell’Isola del Cinema all’Isola Tiberina, intitolata a suo nome. Quest’anno, lo sappiamo un po’ tutti,  ricorre il centenario dalla nascita di questa grande attrice, una delle più grandi di tutti i tempi, capace di comicità sfrenata, ma anche di drammaticità profonda. Anna Magnani ha incarnato come nessun’altra la donna italiana, con le sue passioni, le debolezze, le sue lotte coraggiose. Di lei abbiamo tutti negli occhi la corsa disperata dietro al camion tedesco che portava via il suo compagno, e la caduta, terribile, che metteva fine con la morte a quella corsa. La scena più toccante di: “Roma città aperta”. Ma oltre alla disperazione, nell’immaginario collettivo rimane anche il suono sferzante e inconfondibile della sua risata: irridente, gioiosa, canzonatoria, e inequivocabilmente “sua”. Dolori laceranti e grandi gioie hanno caratterizzato i suoi personaggi, così come la sua stessa vita.

Una vita, quella della Magnani, dove il confine tra realtà e arte è di difficile definizione. Una vita fuori dagli schemi, che ne ha fatto un’icona dell’essere femminile. Simbolo della donna italiana tra subalternità e ribellione, la Magnani è stata un personaggio di transizione storica. E proprio per questo, viva e interessante, in poche parole: vera. Nel suggestivo scenario dell’Isola Tiberina, all’Isola del Cinema, è stata allestita una mostra fotografica che la ritrae non solo nei momenti di lavoro, ma anche in quelli privati, circondata dagli affetti più cari, dagli amati animali, o nei momenti di riposo sul set dei film più famosi. Oltre alla mostra, curata da Annamaria Cuzzolaro, e agli incontri con i personaggi che con lei hanno condiviso un percorso professionale o privato, come la regista Elfriede Gaeng o Liliana De Curtis, figlia del grande Totò, una serie di proiezioni a ingresso gratuito: il giovedì e la domenica alle ore 22,00, sono programmate sino al 7 settembre. Tra i film proposti, alcuni classici noti e altri meno noti: Bellissima di Luchino Visconti, La rosa tatuata, che ne valse l’Oscar nel 1956, L’amore, di Roberto Rossellini, Mamma Roma, di Pasolini, Roma città aperta di Roberto Rossellini, Risate di Gioia di Mario Monicelli, con il grande amico di una vita, Totò, e tanti altri. E oltre ai film, reportages e documenti della sua esperienza teatrale. Perché Nannarella è nata a teatro, ha studiato all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico, e si è “fatta le ossa” nell’avanspettacolo, come Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò. Eppure, da ragazzina, aveva temuto tanto di non riuscire a fare l’attrice: cosa che desiderava più di tutto al mondo, forse perché rappresentava un modo per lei, praticamente orfana, di vivere sul palcoscenico un “amore perenne”.  Perché si sa, in teatro non esiste “la fine”.

Temendo di non essere ammessa all’Accademia, confessò:

Ho capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di  meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa questa lacrima. Ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato”. Ma Silvio d’Amico, allora giovane professore di storia del teatro all’Accademia, la notò subito, e ne parlò così: ”Ieri è venuta una ragazzina piccola, mora, con gli occhi espressivi. E’ una che non recita: vive le parti che le vengono affidate. E’ già un’attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quello che ha già dentro di sé”.

 

 

Alma Daddario - 22 Agosto 2008

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